TRA CIELO E TERRA Una miscela esposiva di Africa e Jazz

Un viaggio nelle voci dello spirito e nell'essenza carnale dei ritmi della Terra.
Una miscela esplosiva di Africa e Jazz


Arsene Duevi, voce e chitarra;
Giovanni Falzone tromba e human effects
Papi Moreno, canto difonico, didjeridoo;
Roberto Zanisi cümbüs, steel pan, bouzuki, darbuka, cayon;
Tetè Da Silveira, percussioni;
Gennaro Scarpato, batteria e il Coro Gudu Gudù
un progetto di Saul Beretta - produzione Musicamorfosi
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Africa Nera e jazz tribale, sciamanesimo e meditazione.
Musicamorfosi presenta un concerto senza confini e latitudini, capace di unire musica etnica e jazz, elettronica e tecniche millenarie, voci umane e strumenti insoliti, la cui invenzione si perde nella notte dei tempi.
In un impasto unico e originale suggestioni sonore e ritmi provenienti dall'Africa con la voce sciamanica del cantante togolese Arsene Duevi e il Coro Gudu Gudù (circa 40 elementi) da lui plasmato. Dall'Australia con il suono ipnotico del didjeridoo suonato da uno dei più grandi virtuosi del nostro Paese. Dall'America centrale e dall'Asia con gli strumenti originali di Roberto Zanisi, unico solista italiano di cümbüs e steel pan, e dal Tibet con l'ipnotico canto difonico di Papi Moreno. L'impasto sonoro si completa con la forza dirompente della tromba di Giovanni Falzone.

...Protagonista indiscussa è stata comunque la voce di Arsene Duevi che, rinnovato griot, ha raccontato storie per il (folto) pubblico presente in sala, non negandosi anche diversi momenti in cui coloro che assistevano al concerto assumevano un ruolo di “secondo coro”, accanto a quello vero e proprio delle quaranta voci che compongono il coro Gudu Gudù, creando un'ottima interazione palco-platea. Dal punto di vista strettamente musicale comunque a spiccare su tutti è stato proprio Falzone, a suo agio davvero (e non è, in questo caso, la solita espressione un po' retorica che si legge spesso) in ogni contesto, forte di una vena inventiva mai esaurita e di un totale controllo dello strumento.
Un incontro eccellente, dunque, che ha prodotto un'ora e mezza di musica coinvolgente e di ottimo livello, senza tralasciare quella semplicità d'ascolto che, senza mai sconfinare nel retorico e nel banale, costituisce tanta parte della fortuna che la musica cosiddetta “world”, specialmente proprio di origine africana, sta conoscendo in questi anni nella vecchia Europa.

Diego D’Angelo - Jazz Convention year 2009